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WHY?/PERCHÉ?
Il sogno poetico di Tornatore: “Baaria”.


Baaria… per usare le parole dello stesso regista, Giuseppe Tornatore, è “una montagna di immagini e suggestioni, fatti e leggende, suoni e rumori, parole e idee, ombre e colori, progetti e delusioni, urli e mormorii, tonfi e profumi, miserie e splendori, lacrime e sorrisi. Scene, scene e ancora scene, che restano dentro allo spettatore alimentando il sogno che solo la macchina del cinema può nutrire fino a darle sembianza di reale al punto da emozionare”.
Di qui in poi le parole possono solo spezzare la magia del film così ostinatamente voluto da Tornatore, il suo sogno è negli occhi di un bambino che pare attraversi il tempo per raccontare la sua storia, quella della sua famiglia, della sua città, della sua terra: Peppino Torrenuova. La sua storia da bovaro a uomo politico si accompagna ad altre mille piccole storie quotidiane che scivolano via per cinquanta e più anni tra guerre mondiali e locali, visi e corpi smagriti dalla fame e dal sole, orgogli e cuori infranti, soprusi e riscatti, aneliti di libertà e rivincite personali.
Proprio l’impegno politico rischia di costare a Peppino l’amore della bella Mannina prima e dei figli in seguito in un’Italia che cambia, per una famiglia ostaggio dei mille mormorii di paese, infinite rinunce, una fede che dispiega i suoi effetti nel profetico lancio di una pietra contro le tre rocce sulle montagne da cui si guarda Bagheria, evento che rivelerebbe un tesoro cui Peppino aspira sin da piccolo e che in fondo si compie nella consapevolezza dello stare al mondo, di vivere dei sogni pure quelli disillusi. Così negli occhi di Peppino bambino e uomo scivola la storia con la ‘S’ maiuscola, lotte sindacali, guerre di partito, lotta alla mafia e la trasformazione della società e della stessa Bagheria (si veda la scena in cui il protagonista guarda la città dilatata, trasformata, uccisa dagli affarismi dei politici locali dove l’assessore all’urbanistica è cieco, metafora di quelli che non hanno voluto vedere lo scempio).
Peppino lotta da solo, denuncia il malaffare “voi altri state rovinando un paese e noi abbiamo il dovere di denunciarlo”e trasmette le sua forza, i suoi ideali ai figli e così il sogno del piccolo bovaro fattosi uomo non smette di vivere, va oltre:
“Perché tutte le persone dicono che abbiamo un brutto carattere?” “Forse perché è vero oppure perché crediamo di poter abbracciare il mondo ma abbiamo le braccia troppo corte”.
Forse è questa la forza del film di Tornatore, nel messaggio che lascia allo spettatore, in quel significato che il protagonista attribuisce alla parola riformista ovvero colui che vuole cambiare il mondo senza fare male a nessuno.
Indubbio che il film sia visivamente potente, complice le musiche di Morricone, prezioso in ogni sua immagine, attento ai volti rivelatore di buoni talenti e sul finire emozionante per la percezione dell’amore del regista per la sua terra che poi è anche la nostra, perché la storia di Peppino è storia comune di sofferenza, sogno, ambizione di un mondo ‘più giusto’. Eppure pare si perda in qualche stacco forzato, nell’abuso di qualche viso famoso che poco aggiunge alla storia ma alla fine ci si consola per quel che lascia dentro: la potenza dell’immagine, che sta tutta nel giro della trottola di legno del piccolo Peppino fino alla rottura della stessa e alla mosca che lì intrappolata, finalmente libera, torna a volare.

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Albina Fiamma